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InGalera

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on April 1, 2017 at 9:05:31 am
 

 

 

 

 

Istruzioni

CASI   Non me la racconti giusta  Anche se non sono gigli           InGalera           L'isola di Gorgona  Avrei qualcosa da dirti 

TEMATICHE

                         

RIEDUCARE NEI LUOGHI DI CONFINE

                          

 

 

Il mondo della marginalità ospita un’ampia gamma di avventure umane, di biografie, di storie di vita, ognuna capace di dar conto della società in cui viviamo e delle trasformazioni che la rendono così fragile e precaria. La marginalità è molteplice e così anche le forme del disagio, della devianza, dello svantaggio, della povertà, ognuna riconducibile a contesti e luoghi specifici. In alcuni di questi luoghi, più di altri, è presente una maggior concentrazione di fenomeni marginali. E’ questo è proprio il carcere, luogo indiscutibile di marginalità, fortemente condizionato dalle trasformazioni sociali, ma anche dalle caratteristiche personali di coloro che ne fanno parte.

 

Il carcere, nato come un luogo di degradazione fisica e morale della persona che vi viene costretta, si è proposto come luogo principe della pena tipica della modernità: una pena asettica, priva di inflizioni corporali, e dunque – apparentemente – rispettosa dell’umanità degli individui che vi sono reclusi, perfettamente misurabile nel tempo della sua esecuzione e commensurabile alla gravità del fatto commesso.  L’idea utilitaristica della pena, nel senso di essere utile anche per il condannato, raggiunse il suo culmine nell’epoca del Welfare State, dove il carcere diventa un luogo dello Stato del benessere, deputato al recupero delle persone svantaggiate e devianti. A metà tra la teoria dell’emenda e quella dell’integrazione sociale, si colloca la finalità rieducativa della pena voluta dalla art.27, comma 3 della Costituzione Italiana.

 

 

La pena deve puntare al recupero umano e sociale del reo, contrastare fenomeni di discriminazione lavorativa e favorire l’inserimento sociale, formativo e professionale delle persone soggette a restrizione della libertà, volte a ridurre la recidiva e l’illegalità nel territorio. Il paradigma diventa allora centralità della persona, la partecipazione al lavoro e l’attivazione di risorse economiche. Fondamentali sono la creazione di intese tra gli enti istituzionali e le cooperative, le associazioni di volontariato presenti sul territorio, che operano a stretto contatto con l’Istituto. Ed è in questo scenario che si progettano e attuano interventi trattamentali tesi a migliorare i percorsi di rieducazione, avviati per formare i detenuti e favorire il loro reinserimento nella società dopo aver scontato la pena; percorsi sempre più costruiti sulla base delle esigenze e delle caratteristiche del singolo individuo.

 

Partendo da queste premesse, la questione pedagogica e pertanto il trattamento rieducativo dei detenuti, deve partire da una attenta analisi delle caratteristiche che la compongono al fine di realizzare interventi educativi di qualità, dotati di senso, intesi a trasformare l’esistente e in tal senso a permettere alla persona il superamento di condizioni di soggezione alienazione, illibertà. Ciascun progetto e percorso pedagogico dovrebbe configurarsi fortemente aderente alla realtà, non necessariamente basato su curricoli formali o standardizzati: sono soprattutto le occasioni di educazione non formale che consentono al soggetto di far emergere tutta la ricchezza personale e di sviluppare potenzialità e capacità che diversamente rimarrebbero inespresse.

 

L’intento di questo ambiente di apprendimento è di offrire spunti di riflessione sul tema della marginalità, l’esclusione sociale a partire dal ruolo della pedagogia in carcere e dei processi formativi rivolti a questi soggetti che vivono la condizione di reclusione, attraverso la presentazione di casi reali e i punti di vista, che testimoniano l’adozione di interventi formativi “non convenzionali” capaci di innescare reali cambiamenti di prospettiva e sostenere lo sviluppo di competenze e peculiarità proprie del detenuto.

 

 

 


 

Educazione formale

vs

Educazione informale 

 
 
 

Esclusione

vs

inclusione 

 
 
 

Ozio

vs

Responsabilizzazione

 
 
 

Rieducare

o

Punire? 

 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Transfer Cases Glossario Credits

 

 

 

 

      RIEDUCARE NEI LUOGHI DI CONFINE
  

CASI

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TEMATICHE                          

INGALERA

 

 

Un modo innovativo di fare riabilitazione nei luoghi di detenzione è stato la realizzazione di un ristorante aperto al pubblico, all’interno del carcere di Bollate, in cui vi lavorano uno chef e un maitre professionisti assistiti dagli stessi detenuti, uomini che, avendo scontato un terzo della pena, hanno diritto all’articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario e quindi a uscire fuori dal carcere per lavorare.

 

Il ristorante offre ai detenuti che sono regolarmente assunti, la possibilità di riappropriarsi o di apprendere una cultura lavorativa, un percorso formativo di responsabilizzazione mettendoli in contatto con la società civile e il mondo del lavoro. I detenuti lavorano con impegno e sono consapevoli della grande responsabilità di cui sono investiti: ossia riuscire a veicolare, complice il momento di convivialità dato dal cibo, un’idea diversa delle persone recluse. Nel momento stesso in cui un cliente di questo particolare ristorante affida la preparazione e il servizio di quello che mangia a persone pesantemente stigmatizzate, ecco che il muro, mentale, che li separa può crollare.

 


 

Inoltre i carcerati studenti possono svolgere presso il ristorante lo stage obbligatorio per il conseguimento del diploma alberghiero, grazie alla presenza della sezione carceraria dell’Istituto Alberghiero Paolo Frisi di Milano presente nella II Casa di Reclusione Milano Bollate.

 

Anche le istituzioni si sono rese conto dell’importanza del cibo come strumento di comunicazione e infatti anche in altri carceri si fanno sperimentazioni di questo tipo.

 

 

Prospettive

Massimo Parisi, direttore del carcere di Bollate ha affermato che l’obiettivo è quello di “costituire per chiunque un'opportunità di interfacciarsi con l'universo carcerario e di riflettere sul senso della pena”. Li abbiamo formati, come fosse un investimento per il futuro. E quando uno di loro, una volta libero, sarà assunto da un ristorante esterno per noi sarà una vittoria”.

 

Silvia Polleri, la responsabile della cooperativa Abc che ha lavorato alla realizzazione del progetto ha affermato: “Dobbiamo riflettere sul senso comune della pena e chiederci che cosa ci aspettiamo davvero da un carcere. Io mi aspetto che i detenuti, una volta usciti, non commettano altri reati”.

 

Il detenuto Giuseppe, di 23 anni, ma in prigione da sette ha dichiarato. «Sono contento ed emozionato. Questa è una soddisfazione anche per la mia famiglia, finalmente. Non mi sento giudicato e i clienti mi trattano da persona sociale».

 

Jim Yardley, corrispondente del New York Times, ha commenta “È difficile immaginare una storia di successo culinario così inconsueta o un esperimento di riabilitazione dei detenuti più intrigante”.

 

 

Approfondimenti:

http://www.ingalera.it/

http://www.corriere.it/cronache/15_ottobre_25/ingalera-ristorante-carcere-bollate-c03263b6-7b45-11e5-901f-d0ce9a6b55d1.shtml

 

 

 


 

 

 

 

 

Educazione formale

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Educazione informale 

 

 

 

 

 

Esclusione

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Responsabilizzazione

 

 

 

 

 

Rieducare

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